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Martedì,16 Luglio 2019

Ultimo aggiornamento05:55:02

Previdenza sociale

La previdenza sociale

Lineamenti di storia della previdenza sociale, le origini, il periodo corporativo, il sistema giuridico della previdenza sociale.

La lunga marcia delle pensioni nel nostro Paese comincia cent'anni orsono, il 19 luglio 1898 (nel pieno della "Crisi di fine secolo"), quando il Parlamento del Regno approva la legge che istituisce la Cassa Nazionale di Previdenza. Scopo di quest'istituto è di assicurare gli operai contro l'invalidità e la diminuzione di produttività dovuta alla vecchiaia. L'assicurazione è, però, facoltativa. Va notato che il provvedimento era stato preceduto, il 17 marzo dello stesso anno, da una legge che rende obbligatoria l'assicurazione degli operai addetti all'industria (nel 1902 tale legge verrà estesa ai lavoratori delle piccole imprese e agli addetti alle macchine agricole).

Le società di assicurazione a cui si rivolgono i lavoratori sono private. Il 4 aprile del 1912, tuttavia, su impulso del quarto ministero Giolitti, il Parlamento approva la legge che istituisce l'Ina (Istituto Nazionale delle Assicurazioni) e sancisce il monopolio dello Stato sulle assicurazioni sulla vita. Fallisce, però, il progetto di rendere obbligatoria l'assicurazione sulla vecchiaia, cioé l'accantonamento di parte del salario per il periodo "improduttivo" della vita.

Tale passo viene compiuto il 21 aprile 1919, con il Regio Decreto che riordina il sistema delle assicurazioni e decide per l'obbligatorietà dell'accantonamento pro-vecchiaia.

Così impostato il sistema va avanti per una quindicina d'anni. Nel 1933 - periodo nel quale lo Stato fascista entra nella fase più dirigistica intervenendo massicciamente nel settore economico per assorbire gli effetti della Grande Depressione (vengono fondate l'IMI nel 1931 e l' IRI nel 1933) - nasce l'INFPS (Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale) che prende il posto della Cassa Nazionale di Previdenza. Inizialmente solo i dipendenti pubblici sono obbligati a iscriversi all'INFPS; dal 4 ottobre 1935 anche quelli privati.

La Repubblica delle pensioni comincia con qualche ritocco di facciata e qualche altro di sostanza: l'INFPS muta nome in INPS (ed è superfluo spiegare perché); i dipendenti pubblici si vedono concesso il beneficio della pensione di anzianità.

Agli albori del Centrosinistra, il 23 marzo 1962, il governo Fanfani annuncia un aumento del 30% delle pensioni d'invalidità e vecchiaia. Nel luglio 1965 la pensione di anzianità viene estesa anche ai lavoratori privati. Inoltre, nel 1968 il ministro del Lavoro e della Previdenza sociale Giacomo Brodolini vara una riforma che assicura al lavoratore una pensione pubblica pari all'80% dell'ultimo stipendio.

L'autunno caldo del 1969 porta, sul fronte della previdenza, all'istituzione della pensione sociale ai sessantacinquenni privi di reddito e all'adeguamento automatico delle pensioni al costo della vita. Poi, nel 1973, il Parlamento arrivò a concedere un periodo minimo di lavoro per i dipendenti pubblici pari a 20 anni (15 anni 6 mesi e un giorno per le donne sposate): si tratta delle "pensioni baby".

I primi quarant'anni di previdenza repubblicana si caratterizzano per l'assoluta fiducia nel futuro economico e demografico del Paese: la crescita del Pil e della popolazione lavoratrice garantiva l'erogazione delle pensioni. Il sistema è giunto vicino al collasso quando questi livelli di crescita non si sono più realizzati. Tanto per fare un esempio, nel 1960 la spesa pensionistica era pari al 5% del Pil; nel 1994 aveva raggiunto il 15,1%. Contemporaneamente la popolazione in Italia invecchia: si calcola che nel 2025 la classe di età più numerosa sarà quella dei sessantenni. Il che significa che la generazione attuale è chiamata a sostenere le generose promesse del sistema precedente e si vedrà ridurre le prestazioni garantite quando le toccherà godere i benefici della pensione.

L'esigenza di riforma del sistema ha avuto la sua prima tappa nel 1992, grazie al Decreto Legislativo 503\92 proposto dal governo presieduto da Giuliano Amato. L'obiettivo primario era di elevare l'età pensionabile gradualmente, fino a portarla a 65 anni per gli uomini e a 60 per le donne. In più, la pensione non sarebbe più stata calcolata sulla media degli ultimi 5 anni lavorativi, ma degli ultimi 10, con l'intento di portare gradualmente il calcolo alla media di tutta la vita lavorativa; alcune stime hanno calcolato che, così, l'ammontare della pensione in futuro non sarà superiore al 50% dell'ultimo stipendio.

La seconda tappa è dell'estate del 1995, con la legge 335\95 promossa dal governo di Lamberto Dini. Il provvedimento, oltre a confermare quanto raggiunto nel 1992, vincola gradualmente l'erogazione della pensione a un sistema di calcolo definito contributivo in opposizione al precedente metodo detto retributivo. In sostanza, l'entità della pensione è rapportata alla quantità di contributi versati nel corso della vita lavorativa.

La terza tappa sulla strada della riforma delle pensioni è del dicembre del 1997, quando il governo Prodi approva, dopo un lungo dibattito con le Organizzazioni Sindacali, ritocchi significativi alla Legge 335 del 1995. Viene inasprito il requisito anagrafico per il diritto alla pensione di anzianità e vengono definitivamente "cancellati" i rilevanti benefici in materia previdenziale che i dipendenti pubblici potevano ancora far valere

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